
Il potere delle parole: come formulare obiettivi che funzionano
Le parole modellano la realtà
Quante volte ti è capitato di sentire qualcuno dire:
“Non voglio più essere in ritardo”,
“Non voglio più sentirmi insicuro”,
“Non voglio più questo lavoro”?
Queste frasi sembrano obiettivi, ma in realtà non lo sono. Il cervello non è strutturato per agire in base a ciò che vogliamo evitare. Quando formuliamo un obiettivo in negativo, stiamo semplicemente mantenendo l’attenzione su ciò che non vogliamo, rafforzando proprio quell’immagine mentale.
Il cervello si orienta verso le immagini e le intenzioni positive che formuliamo
Numerose ricerche in ambito neuroscientifico dimostrano che il nostro cervello non elabora direttamente il “non”. Quando diciamo “non voglio più fumare”, il nostro sistema limbico visualizza l’azione del fumare. È l’immagine mentale a orientare la nostra motivazione e, quindi, il comportamento.
Uno studio pubblicato su Frontiers in Psychology (2015) ha evidenziato che l’attenzione selettiva del cervello tende a focalizzarsi sugli elementi salienti di una frase, ignorando le negazioni grammaticali. Questo fenomeno è noto come ironia processing bias: il cervello processa prima l’azione, poi (eventualmente) la nega, con un ritardo temporale che però è sufficiente per attivare l’immagine e la relativa emozione.
Il modello GROW e la formulazione positiva del Goal
Sir John Whitmore, uno dei pionieri del coaching moderno, ha definito con grande chiarezza l’importanza di definire un Goal (obiettivo) in forma positiva, nel suo modello GROW.
Nel primo step – G come Goal – il coach guida il cliente a identificare ciò che desidera ottenere, non ciò che vuole evitare.
Esempi:
- ❌ “Non voglio più lavorare qui”
✅ “Voglio trovare un lavoro che mi valorizzi e mi stimoli” - ❌ “Non voglio più sentirmi ansioso”
✅ “Voglio sentirmi calmo e centrato nelle situazioni sfidanti”
Il coach accompagna il cliente nell’esplorazione profonda della desiderabilità futura, utilizzando domande potenti come:
- “Cosa otterrai quando non farai più X ?”
- “Se potessi scegliere, cosa vorresti invece?”
- “Come saprai di averlo ottenuto?”
Il potere trasformativo del linguaggio
Ogni parola attiva uno stato mentale, e lo stato mentale influenza il comportamento. Per questo, la scelta delle parole ha un impatto concreto sulla possibilità di cambiamento.
La Programmazione Neuro-Linguistica (PNL), in linea con quanto sostenuto anche da Whitmore e Gallwey, evidenzia che il linguaggio guida la rappresentazione interna della realtà, e quindi la nostra esperienza emotiva e cognitiva.
Il linguaggio in negativo crea immagini confuse o indesiderate, mentre un linguaggio al positivo genera chiarezza, motivazione e direzione concreta.
Come allenarsi a formulare obiettivi che funzionano
Ecco alcune linee guida per trasformare gli obiettivi “negativi” in direzioni evolutive:
- Riconosci se ti concentri su ciò che non vuoi. È il primo passo, ma non fermarti lì.
- Chiediti: “Cosa voglio invece?” Trasforma l’evitamento in desiderio.
- Descrivi l’obiettivo in termini di comportamenti osservabili.
- Usa verbi positivi e attivi. (“Voglio imparare”, “desidero sviluppare”, “mi impegno a…”)
- Verifica che l’obiettivo sia motivante per te. Che valore ha per te raggiungerlo? Se non sai rispondere, probabilmente stai ancora pensando a cosa evitare piuttosto che creare qualcosa di nuovo.
Le parole che usi costruiscono il tuo futuro.
Nel coaching professionale, la capacità di aiutare il cliente a definire obiettivi in positivo è una competenza chiave che distingue il semplice supporto da un processo trasformativo profondo.
Come ci insegna Whitmore, il coaching non è semplicemente aiutare una persona a “uscire da qualcosa”, ma a dirigersi verso qualcosa di significativo.
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